“La città che amo sceglie la propria birra”.

 

Avevamo scelto questo claim per presentare alla città, ormai un anno e mezzo fa, la cooperativa Birrificio Messina, un’iniziativa di autoimprenditorialità con cui 15 ex operai dell’unica fabbrica di birra della città dello Stretto hanno scelto di ripartire, di non restare nei percorsi assistenziali, di tornare alla loro professionalità in forma di cooperativa.

                                                                                                      esperienzeconilsud.it

Da allora di strada ne hanno fatta e proprio in queste settimane hanno festeggiato l’arrivo delle prime macchine che consentiranno, finalmente, l’avvio della produzione. Ma il percorso, che parte nell’estate del 2013 o forse ancora prima nella loro mente e nel loro cuore, è stato lungo ed emblematico di quanto possa essere faticoso, ma anche soddisfacente, riconquistare il diritto al lavoro.

Sin dall’inizio di questo nuovo percorso, la Fondazione di Comunità di Messina è stata al loro fianco, scegliendo il Birrificio Messina come esempio emblematico della sua attività di attivazione e supporto di start up di imprese virtuose, mettendo in moto processi di sviluppo economico in un territorio, quello messinese, quotidianamente depauperato e da cui fuggono le risorse umane più competenti.

La storia del Birrificio Messina  La produzione della Birra Messina risale al 1923, avviata con un certo successo dalla famiglia Lo Presti-Faranda. A fine anni ’80 viene acquistata dalla Dreher a sua volta poi acquisita dall’Heineken, che fa dello stabilimento di Messina uno di quelli di punta in Europa (80 dipendenti nel periodo di massimo fulgore), con quote di produzione che superano i 600mila ettolitri l’anno. In quel periodo lo stabilimento messinese vince per cinque anni di seguito il premio per la migliore produttività di Heineken Europa. Quando a fine anni ’90 Heineken decide di ingrandire lo stabilimento, rimane impantanata in pastoie burocratico-amministrative e decide di trasferire a Messafra in Puglia il grosso della produzione, continuando però a imbottigliare in parte a Messina.
Ma i costi di trasporto sono troppo alti, così nel gennaio 2007 la multinazionale annuncia che lo stabilimento di Messina cesserà le proprie attività produttive e trasferirà i dipendenti nelle sedi sparse in tutta Italia. Dopo qualche settimana e molte proteste dei lavoratori, si candidano all’acquisto gli eredi della famiglia Faranda, originaria proprietaria; le trattative si protraggono per un anno e si concludono con la cessione del ramo di azienda per poco più di 4 milioni di euro. Le maestranze allora occupate si impegnano a trasferire il loro Tfr dalle casse Heineken a quelle della società  che subentra (Triscele srl).
Heineken non cede però il marchio Birra Messina che produce tutt’oggi e il nuovo birrificio lancia due nuovi marchi di birra (Birra del Sole e Patruni e Sutta). A quella data, gli impianti dello stabilimento messinese avevano una capacità produttiva e di confezionamento che oscillava fra i 400mila e i 600mila ettolitri ma che venivano utilizzati solo per circa 40mila ettolitri, pur a fronte di una domanda di mercato molto elevata. I nuovi proprietari contraggono ulteriormente la produzione, sostenendo che per tenere il passo serve un ammodernamento degli impianti che vorrebbero edificare in un altro luogo, chiedendo e ottenendo, nello stesso tempo, (e grazie anche all’occupazione del Consiglio Comunale da parte degli operai), il cambio di destinazione d’uso del vecchio stabilimento situato a ridosso del centro della città.
Il vero obiettivo della proprietà risulterà poi essere una speculazione immobiliare e gli operai ne capiscono le reali intenzioni quando ricevono le lettere di licenziamento. A questo  punto avviano un presidio permanente durato un anno e mezzo davanti allo stabilimento, nel corso del quale riescono a ottenere che la Regione Siciliana ponga sull’intera area il vincolo di interesse storico ed etnoantropologico. In questo modo l’operazione di abbattimento del vecchio stabilimento si blocca, ma non le procedure di licenziamento collettivo dei birrai, che vengono collocati nelle liste di mobilità.

La Cooperativa Birrificio Messina  Il nuovo inizio, invece, ha un’altra storia, lunga appena due anni. Ed è tutta un’altra storia. Quindici ex dipendenti della Triscele Srl scelgono di non restare nei percorsi assistenziali, di tornare alla loro professionalità in forma di cooperativa. E fondano il Birrificio Messina nell’estate 2013. Insieme, la Fondazione di Comunità di Messina e la cooperativa Birrificio messina, hanno realizzato una pianificazione economico-finanziaria rigorosa e credibile, coinvolgendo investitori e finanza specializzata e attraendo più di due milioni di euro. Cifra necessaria per integrare il capitale dei 15 lavoratori che hanno destinato alla cooperativa il proprio Tfr e la rimanente parte dei fondi relativi all’indennità di mobilità. In tutto, le risorse ammontano a circa tre milioni di euro, e coprono il fabbisogno del nuovo start-up (capannoni, attrezzature, materie prime).

Partecipano all’iniziativa: CFI – Cooperazione Finanza Impresa che ha deliberato e in parte erogato 300 mila euro, tra capitale sociale e leva finanziaria; Coopfond, la società che gestisce il Fondo mutualistico per la promozione cooperativa alimentato dalle cooperative che aderiscono a Legacoop, che delibera ed eroga altri 300 mila euro; IRCAC che destina 500 mila euro; laFondazione di Comunità di Messina che versa 60.000 euro come quota di capitale sociale in qualità di socio sovventore; la BCC Antonello da Messina che erogherà altri 360 mila euro nell’ambito di una convenzione con la Fondazione; SEFEA che ha deliberato e versato ulteriori 100.000 euro sempre nell’ambito di una intesa strategica con la Fondazione; Finvalv Srl, finanziaria del gruppo Valvitalia di Salvatore Ruggeri, imprenditore messinese che decide di sostenere un progetto di riscatto della sua terra d’origine, sempre in intesa con la Fondazione, e delibera altri 250 mila euro. Infine, con ulteriori 600 mila euro verrà acquistata una linea autonoma della catena produttiva attraverso Unicredit Leasing.

 


Inoltre, nella logica dell’economia civile che guarda ai mercati come beni relazionali la Fondazione di Comunità di Messina lancia nel 2014 un piano di comunicazione sociale finalizzato ad attivare un fondo partecipativo, oggi trasferito come capitale sociale della cooperativa, e attiva una domanda locale che “sceglie la propria birra”perché di qualità, perché a prezzi competitivi e perché restituisce lavoro e dignità a 15 propri conterranei. La campagna genera ordini per oltre 50mila ettolitri a produzione non ancora avviata. Nel piano d’impresa, simili volumi di vendita erano previsti a regime, dal quarto anno di attività del Birrificio. Le risposte sono, dunque, ben al di sopra delle previsioni del piano di impresa: le richieste arrivano non solo dall’area dello Stretto, ma anche dall’Australia, dal Sud America dove vivono comunità di emigrati affezionate al prodotto della loro terra di origine

Ma le beghe burocratiche sono dietro l’angolo, così i tempi si allungano e la data di partenza della produzione, prevista per l’autunno 2015, slitta. Ma l’orgoglio dei birrai e dei cittadini che non vedono l’ora di gustare nuovamente birra prodotta nella loro città, non viene meno. Adesso non resta che aspettare di stappare le prime bottiglie che avranno tre etichette: laclassica, la cruda e la linea ad altissima qualità.

 

 

 

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